venerdì 12 novembre 2010

L'amore che tranquillizza il cuore in pace piena, regalami.



Rientrai tardi e dopo il Tramonto decisi di sedermi nelle vicinanze di un Rifugio in pietra, un Rifugio aperto e spartano, ma ideale per ripararsi in caso di maltempo. Ebbene, decisi di fermarmi e attendere il passaggio di qualche Amico selvatico.
Intanto iniziò a sollevarsi un vento freddo, il vento della sera, e da lì a poco la mia costanza venne premiata dapprima con un passaggio di un Cervo Maschio con un trofeo enorme e di due femmine. Il primo sembrava ancora in fregola poiché non lasciava perdere le due “donzelle” che, seppur accanto al Maschio, sembravano non gradire le avances del Maschione. La scena era bella poiché dalla bocca del maschio, in evidente stato di eccitazione, fuoriusciva il suo alito che si disperdeva nell’aria condensandosi . Proprio un bell’effetto.
Purtroppo i tre, da che si muovevano nella mia direzione, avvertendo la mia presenza tornarono indietro ed io potei soltanto continuare a guardarli con il binocolo e scattare qualche immagine a distanza.
Tuttavia dallo stesso Vallone da cui erano sortiti i tre, all’improvviso e senza un apparente motivo, un Maschio ancora più grande del precedente e con un trofeo stupendo iniziò ad inerpicarsi lungo le pareti del Vallone fino a risalire in cresta e, ivi giunto, si fermò, nella luce Magica del Tramonto, a guardare dalla mia parte, perché, credetemi, nonostante il mio silenzio e la mia discrezione Lui sapeva che qualcuno fosse lì ad osservarlo, ma nonostante tutto, dicevo, si fermò in un posto dove il suo splendido corpo si stagliava con il Cielo azzurro e le nuvole che iniziavano ad arrossarsi.
L’aria iniziava a divenire sempre più fredda ed entrambi restammo immobili, ognuno sul proprio versante, a guardarci: sembrava che il mondo finisse lì, su quella cima erbosa dove quel guardiano ne sorvegliava i confini. Rapidamente scese la sera, l’animale restò lì ancora un po’, poi quando, quasi al buio, raccolsi le mie cose ed iniziai a scendere verso valle, anch’esso iniziò a retrocedere, guardingo e sospettoso. Scendevo lentamente con la luce della lampada frontale ad illuminarmi il sentiero e conservavo ancora davanti agli occhi l’immagine che con l’ultima luce del giorno avevo guardato così a lungo da lasciarla impressa sulla retina, come dopo l’osservazione di un’eclissi. Stesso effetto nel cuore: portai a casa gli strascichi di quell’emozione: i vapori del suo alito erano così nitidi che mi sembrava di avvertirne sulla pelle il calore e quei colori intensi del cielo che anticiparono il crepuscolo, nonostante il freddo della quota, mi tennero inchiodato lì oltre mezz’ora, per me solo qualche secondo.
Un’intensa esperienza vissuta tradotta in una sola immagine che racconta in uno sguardo battiti di cuore, attese, incontri con nuovi mondi vitali, conoscenza di altri modi di percepire il diverso, linguaggi segreti di demarcazione ed appartenenza di un territorio.

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